ALEKSANDAR STAMENOV

about

TESTO DEL 2021 DI

GINESTRA BACCHIO

FILOSOFA

Tele, grandi tele invase dal colore. Pittura astratta. E già una multitudine di immagini, di cui è cosparso il nostro immaginario, prende il sopravvento: 

il punto e a capo irreversibilmente posto da Kazimir Severinovič Malevič , le bande di colore di Markus Rothkowitz, gli enigmatici sgocciolamenti- e sconfinamenti- operati su superfici  gigantesche da Paul Jackson Pollock; solo per citare alcuni dei più celebri rappresentanti della vocazione all’astrattismo che ha attraversato quasi per intero il novecento. E ancora altri nomi : Wilhelm Worringer, Clement Greenberg,Harold Rosenberg. I grandi teorici che difesero, interpretarono ed elevarono a canone  il linguaggio astratto. Retrospettivamente si può dire che la vittoria dell’astrattismo sulle altre spinte che operavano intorno all’arte figurativa novecentesca fu quasi totale, resa incondizionata. Impossibile quindi non confrontarsi con il lascito di questa tradizione. Impossibile anche se sei un giovane pittore nato a Karlovo, in Bulgaria, e cresciuto a Tuscania, un piccolo borgo nel cuore della Tuscia. Le prime opere di Aleksandar Stamenov. apparentemente sembrano perfettamente assimilabili all’astrattismo: non emergono con nitidezza figure, le dimensioni dei quadri sono ampie. Eppure. Eppure già in questa fase giovanile, inesperta, la cifra espressiva pare prendere il predominio sulla volontà ascetica imposta dalla forma. Si percepisce lo sfogo, l’attitudine alla scoperta, l’impossibilità di sapersi porre un freno. Più che al puro astrattismo queste opere richiamano alla mente l’amore viscerale per il colore del tedesco Emil Nolde. Ricordano anche l’avidità del bambino di fronte al foglio bianco, l’intenzione di chi è spinto dal desiderio di sperimentare l’intera gamma cromatica per impadronirsene. L’impostazione verticale dei quadri- data spesso da linee erette e spezzate – suggerisce una trascendenza e allo stesso tempo manifesta l’idea di una spazialità. Ad uno sguardo più attento l’assenza di figure non è vera assenza, è oblio. Ombre remote fanno capolino, sbiadite eppure presenti. Non vi è piattezza ma dimensione, ricordo, sovrapposizione.

Altri esperimenti, questa volta sulla materia e la corposità del colore ricordano l’opera di Burri e la sua ossessione per la tridimensionalità dell’opera figurativa. Il primissimo Stamenov è un esploratore dei suoi mezzi, della vastità del potenziale di “un foglio bianco”. Quando le “presenze” emergeranno dallo sfondo e lo sfondo verrà annientato da esse, come nelle più recenti tele dell’artista in cui le figure si stagliano sul bianco, due elementi di questa fase iniziale saranno destinati a permanere: l’impostazione verticale del quadro e il protagonismo del colore. La prima “presenza” a comparire è quella deformata del pittore. I due autoritratti del 2015 segnano il passaggio, che si rivelerà decisivo, verso la rappresentazione figurativa. Queste due opere sembrano suggerire una ricerca di identità che va al di là del riassetto esistenziale che caratterizza qualsiasi impulso all’autorappresentazione. In esse è ravvisabile il tentativo dell’artista di trovare un linguaggio suo proprio, linguaggio personale che, in effetti, ben presto giungerà ad una sua prima maturazione in opere come “La Richiesta” o “il fumatore”. Lo stesso soggetto appare posto in entrambi i quadri in primo piano, lo sfondo c’è ancora ma già minaccia di scomparire nell’irreale con le sue linee oblique e i suoi toni pop-artificiali. Il colore, che riempie ogni anfratto, scolpisce la “presenza” in primo piano la quale si staglia- prende corpo- in netto contrasto con la piattezza che la circonda. Nel 2017 “le presenze” conquistano definitivamente l’interezza delle opere, immerse nel bianco eppure ancora indefinite. Vacue, senza contorno. Un elemento centrale inizia ad imporsi nelle opere dell’artista l’anno seguente: un posto in cui i corpi possano finalmente permanere. Divani, poltrone sedie tengono ancorate figure altrimenti immerse nel vuoto, nel bianco nulla.

TESTO DEL 2021 DI

FLAMINIA VERDONI

ARTISTA E CURATRICE

Ormai sono quasi sei anni che conosco Aleksandar Stamenov, incontrato una mattina nel cortile dell’Accademia di Belle Arti di Roma, dove al tempo studiavamo entrambi. Se avessi saputo allora dove saremmo arrivati, sei anni più avanti, non credo ci avrei creduto, anzi. E devo ammettere che curare una sua mostra personale non è l’avvenimento più sorprendente.
Aver portato avanti assieme questo progetto, la nostra prima collaborazione importante, è per me fonte di profondo onore e soddisfazione. Non penso di dovermi dilungare sull’enorme valore che Aleksandar possiede come artista, ho incontrato poche persone capaci come lui di donare tanta energia a un’opera, così tanta da poter essere irradiata e percepita da chiunque si avvicini. É un’energia che rimane addosso, espansiva, intensa, irrequieta, avvolgente. Aleksandar è allo stesso modo, e non potrebbe essere altrimenti. Fare arte in maniera autentica significa, tralasciando ogni sovrastruttura, scavando nei luoghi comuni e le incomprensioni, fare quello che si è. Provare a fare (essere) altro da sè non è qualcosa di concepibile per un artista, ne verrebbe annientato. Partendo da questo presupposto è intuibile come l’evoluzione personale di un artista sia necessariamente connessa all’evoluzione dell’opera artistica stessa. Molto spesso è l’opera a parlare prima della mente, è quando si palesa di fronte a noi che possiamo capire davvero cosa vi si celi dentro.

Qualche mese fa, ritrovandoci nel suo vecchio studio ad osservare un dipinto da poco finito per il quale gli avevo posato, l’odore dell’olio prepotente contro il petto e gli altri quadri muti testimoni del nostro discorrere, notammo entrambi come ci fosse qualcosa di profondamente diverso in quel particolare lavoro rispetto a tutti gli altri. Siamo rimasti in silenzio a sentire il quadro, lasciando che parlasse per noi. Aveva un’energia diversa, centrata, pacata. Mentre delle figure ci guardavano dalle pareti dello studio, era una presenza quella che ci fissava dal cavalletto. Era questo. Una presenza fermata nello spazio del quadro, nel tempo del quadro, vibrante della vita che riflette da chi l’ha creata e da chi la emanava, la cui essenza fremente ed eclettica rimane contenuta nello spazio mortale che è il corpo, tutto il resto campiture piatte poste a sorreggerla.

Da questo è nato il concetto della mostra Presenze.
Le Presenze sono mondi che si incrociano e che decidono di restare, fili di Lachesi aggrovigliati assieme, celebranti il loro esistere e il loro resistere, fermatisi qualche ora nel loro vagare confuso per lasciarsi scrutare, per lasciarsi sentire.

TESTO DEL 2023 DI

MONICA PECCHINOTTI

ARTISTA E GIORNALISTA

“L’artista Aleksandar Stamenov descrive precisamente l’indole della nostra epoca attraverso la rappresentazione figurativa di elementi ormai inermi e senza vita come le antenne sui tetti delle case. Questi elementi sono a rappresentare l’unione e al tempo stesso la divisione della cultura, rappresentando simbolicamente delle croci del presente che, silenziosamente, trasmettono immagini, in ogni casa ed in ogni dove. Allievo di Gianni Asdrubali, infatti, Aleksandar Stamenov si ispira ai grandi come Pollock, Rothoko, Franz Kline. 

Nella sua Antemetica, l’idea viene decontestualizzata, come anche nell’Orinatoio di Duschamp, che viene capovolto. Nello stesso modo l’antenna, priva di funzionalità viene decontestualizzata creando l’opera d’arte che ha come riferimento un cimitero dell’informazione, dove resta un mondo connesso comunque dal ricordo e dal simbolo di una comunicazione antica, analogica ma nello stesso tempo umana, come una croce. Non ultimo il riferimento a de Chirico, con i suoi manichini. Gli schizzi di Aleksandar prendono vita, le sue antenne assomigliano via via ad una ballerina, ad uno spaventapasseri, ad un clochard.